BIOGRAFIA DEL VENERABILE BAGDRO – MONACO BUDDISTA TIBETANO

Il mio nome è Bagdro, sono un Monaco buddista. Sono nato nel 1970 in un piccolo villaggio a 30 km da Lhasa. Sono il più anziano dei miei fratelli, mia sorella più giovane è morta di fame, questa è una storia comune, non solo della mia famiglia, ogni altra famiglia ha perso i propri cari a causa della fame. Le mie altre due sorelle e il fratello vivono ancora in Tibet. Quando sono nato il mio paese aveva già perduto la libertà, perciò in un certo senso non ho mai saputo che cosa sia veramente la libertà. All’età di 13 anni ho sperimentato la Rivoluzione Culturale, ho visto monaci spogliati dei loro abiti e picchiati brutalmente quando esprimevano le loro opinioni. Migliaia di Vecchie scritture vennero bruciate e molti monasteri distrutti. In quel periodo fui ammesso ad una scuola cinese, nella quale veniva data priorità alla lingua cinese e ci veniva negato lo studio della nostra lingua e tradizioni. La mia famiglia raccoglieva erbe nelle montagne e le vendeva nella vicina città, per cui i soldi che entravano erano molto pochi. C’erano meno opportunità per i Tibetani di svolgere un’attività in Tibet. Vivevamo giorno per giorno, con la costante preoccupazione di quando sarebbe arrivato il prossimo pasto. Dovetti lasciare la scuola e iniziai a lavorare in età molto giovane e al contempo iniziai a chiedere l’elemosina, affinché la mia famiglia avesse abbastanza da mangiare, dato che ero il figlio maggiore. Il nostro posto favorito per fare l’elemosina era dove c’erano gli uffici dei Cinesi, molte volte venivamo picchiati ma non avevamo molta scelta, i luoghi di maggior importanza erano stati presi dai Cinesi e le attività più grosse erano condotte dai Cinesi. In quel periodo non veniva permesso a nessuno di entrare nel palazzo sacro del Potala, in questi luoghi sacri si vedevano solo l’esercito e la polizia. Hanno cercato di cambiare i nomi di Potala e Norbulinga che per la nostra storia rappresentano dei simboli significativi. Nel 1979 morì Mao e il suo successore Deng Xiao Ping iniziò a creare delle relazioni con le nazioni confinanti, cosa quasi mai successa durante il periodo di Mao.

Ricordo che c’era un solo canale TV e per tutto il giorno cercavano di fare il lavaggio del ecrvello e le trasmissioni TV erano tutta propaganda del Partito Comunista Cinese. Consideravano le religioni come il veleno e il Libro Rosso di Mao veniva insegnato in ogni scuola. Le grandi sale di preghiera dei monasteri venivano usate come macellerie e magazzini. Durante il periodo di Deng Xiao Ping venne permesso agli occidentali di entrare in Tibet. In quel periodo il 10mo Panchet Lama venne rilasciato dopo 10 lunghi anni di prigionia, ed egli cominciò a fare domande che non erano mai state fatte prima. Il Panchem lama ha lavorato molto per preservare la nostra lingua e cultura. In esilio, il 14mo Dalai Lama iniziò a girare il mondo per incontrare i leader mondiali e raccontare la vera storia del Tibet. Grazie alle domande poste dagli attivisti dei diritti umani in tutto il mondo, la situazione in Tibet è un po’ migliorata dopo 30 lunghi anni. I Tibetani potevano svolgere qualche piccola attività e c’era qualche opportunità ma non ci sono stati miglioramenti sul fronte dei diritti umani. Nel 1985 ho cercato di entrare nel monastero di Gaden con la speranza di studiare il Buddismo e la mia lingua, ma c’è voluto quasi un anno per avere il permesso dal dipartimento di polizia cinese di verificare la mia identità. Prima del 1959 chiunque poteva entrare nel monastero il giorno stesso in cui avesse preso la decisione di farlo. Il dipartimento di polizia mi diede le foto di Stalin e di Mao e mi chiesero di affiggerle al muro, in altre parole mi chiesero di essere un monaco comunista. Nel monastero lavoravo in cucina assieme ad altri 9 monaci e preparavamo da mangiare per 200 vecchi monaci. Prima dell’invasione cinese il monastero aveva 3500 monaci, e si prendeva cura di due necessità fondamentali: cibo e riparo. Nel 1987 ho incontrato due americani in visita al monastero, che mi diedero il libro My Land My People (La mia terra, il mio popolo), scritto dal 14mo Dalai Lama. Cominciai a leggerlo e venni a sapere molte cose sulla mia terra. La mia vita cambiò, e fu quando realizzai che ogni sofferenza che si verificava in Tibet era dovuta alla Cina. Cominciai ad interessarmi di politica e promisi a me stesso di dedicare la mia vita al mio paese e alla sua gente. Iniziai ad affiggere poster di notte, con slogan del tipo “Cina vattene dal Tibet”, “Lunga vita al Dalai Lama”.
Il Monlam è una delle più importanti celebrazioni religiose, la Cina l’aveva bandita dal 1959 al 1986 perché temeva che il raduno di migliaia di persone potesse trasformarsi in protesta. Nel 1986 i cinesi hanno iniziato a dare il permesso. Alla celebrazione del Monlam del 1988 c’erano migliaia di poliziotti da Lhasa e altri 500.000 militari vennero portati a Lhasa da Pechino per questa speciale occasione. Vedevo elicotteri volare introno e carri armati e uomini armati ad ogni angolo di Lhasa. C’erano anche molte spie dei Cinesi e circa 350 funzionari si erano travestiti da monaci per controllare ogni attività dei Tibetani. Scrissi una lettera alla mia famiglia dicendo che avevo intrapreso una strada dalla quale avrei potuto non fare ritorno, e che dovevano essere orgogliosi di me perché lo stavo facendo per il mio paese e per la mia gente. Il 5 marzo 1988, verso le 8.30 del mattino, avevamo programmato una protesta. Avevo due immagini con me, una del Dalai Lama e una di Buddha, mi ero ripromesso che nel caso fossi stato catturato dai Cinesi non avrei fatto il nome di nessuno degli altri cospiratori. Iniziammo ad urlare ogni tipo di slogan, come Cina vattene, Lunga vita al Dalai Lama. Ero uno dei leader della protesta e guidavo la folla. Le truppe iniziarono a venire verso di noi, usando i gas lacrimogeni e iniziando a spararci. Una ragazzina di 13 anni venne colpita al petto proprio davanti ai miei occhi, morì sul colpo. Un ragazzo che veniva da Kham Gonjo, Gompo Paljor, morì in venti penosi minuti dopo essere stato colpito alla testa. Io venni colpito alla gamba destra, e sanguinavo molto. Molti giovani monaci vennero gettati da un terrazzo di un palazzo dove si erano nascosti, alcuni persero la vita nella caduta. Le truppe cinesi sparavano senza pietà a qualsiasi cosa vedevano, morirono anche alcuni tibetani che non facevano nemmeno parte della protesta. Il Tempio Jhokang di Lhasa è considerato uno dei più sacri e quel giorno e quel giorno era tutto cosparso di sangue. Minacciarono di sparare a chiunque se non tornavamo al nostro monastero. I monaci dovettero ritornare e i miei amici mi riportarono al monastero, dato che ero ferito alla gamba. Le persone laiche di Lhasa continuarono a protestare. 10 monaci del mio monastero (Gaden) vennero arrestati. Quella notte, nel timore di essere arrestati dovemmo lasciare il monastero e rifugiarci nelle case di caritatevoli cittadini di Lhasa. Il giorno dopo, 6 marzo, al monastero di Gaden arrivarono circa 40 camion e vennero arrestati 80 monaci, e i rimanenti vennero rimandati ai loro villaggi. I soldati si insediarono a Gaden. In televisione i media cinesi continuarono a dire che le truppe non avevano sparato alle persone che protestavano, ma che avevano sparato qualche colpo di avvertimento in aria e sui muri, e che accidentalmente alcuni dei protestanti erano rimasti feriti.
Il 7 marzo i soldati arrivarono al mio villaggio per cercarmi, e quando non mi trovarono si accanirono sulla mia famiglia e minacciarono i miei familiari che se non mi consegnavano la loro vira sarebbe stata in pericolo. A Lhasa rimasi nascosto nella casa di una famiglia, e mi aiutarono ad estrarre la pallottola dalla gamba. La polizia cominciò ad appendere poster con la mia foto dichiarando che ero un separatista e misero una grossa taglia sulla mia testa. Dovetti travestirmi da donna e per un mese continuai a cambiare nascondiglio. Nel frattempo continuarono a minacciare brutalmente la mia famiglia.
Il 17 aprile 1988 feci visita alla mia famiglia nel mio villaggio, perché ero preoccupato per loro. Non avevo scelta, dovevo rischiare la vita. Il villaggio era pieno di spie cinesi, e il giorno dopo, il 18 aprile, al mattino la polizia mi prese e quando il mio cane si mise ad abbaiare contro di loro gli spararono. Sembravano così felici di avermi arrestato, immagino avessero ricevuto una grosse pressione dai loro superiori. Un ufficiale prese la mia faccia e disse “il cielo sopra e la terra sotto sono proprietà del Partito Comunista Cinese, perché mai hai cercato di scappare?”. Iniziarono a colpirmi con il calcio della pistola, mi misero le manette e mi portarono al mio monastero. Una ventina di poliziotti iniziò a picchiarmi. Anche un altro monaco era stato arrestato, venimmo entrambi caricati su un camion e sulla strada per la prigione di Gutsa si fermarono nella giungla, ci spogliarono e iniziarono a picchiarci. Per un secondo pensai che era la mia fine. Quando arrivammo alla prigione di Gutsa, vidi che stavano picchiando molte persone e sentivo le loro urla. Una guardia mi disse che sarei stato trattato come loro a partire dal giorno dopo. Le manette stringevano e le mia mani avevano cominciato a sanguinare e la pelle delle mani si staccava. Quella notte non mi lasciarono dormire, ogni volta che mi addormentavo mi svegliavano e iniziavano a picchiarmi di nuovo. Il mattino dopo venni portato nella stanza degli interrogatori, vidi quattro poliziotti. Incatenarono anche la mia gamba, e dato che sanguinavo molto mi tolsero le manette e me ne misero di nuove. Sul tavolo vidi tutta una serie di strumenti di tortura, mi dissero che se avessi detto la verità mi avrebbero lasciato andare. La prima domanda che mi fecero fu quanto ero stato pagato dal Dalai Lama e i paesi occidentali come India, America e i paesi europei erano coinvolti in questo? La seconda domanda fu di rivelare i nomi dei miei amici che avevano partecipato alla protesta. Quando dissi che nessuno mi aveva chiesto di protestare o mi aveva aiutato a farlo, quando non rivelai i nomi dei miei amici, mi misero uno sfollagente elettrico in bocca, sul collo e sulle parti intime. Fu così doloroso che iniziai a sanguinare dalla bocca, gli occhi, il naso e le orecchie. Quando perdevo conoscenza mi risvegliavano gettandomi addosso acqua ghiacciata, mi colpirono molte volte con sbarre di ferro. Per i sei mesi seguenti fu un inferno, venivo picchiato ogni giorno, il mio corpo si indebolì moltissimo, ebbi due costole fratturate e a causa dei colpi ricevuti anche il fegato era rimasto danneggiato. In quel periodo mi sentivo mentalmente instabile.  
Dopo sei mesi di tortura mentale me fisica, venni interrogato da una nuova squadra di poliziotti. Non avrei mai potuto rivelare i nomi dei 100 monaci e civili, dato che lo avevo promesso, e inoltre non volevo che nessuno andasse incontro a quello che stava succedendo a me. Mi strappavano i vestiti e mi tenevano in piedi sul ghiaccio. La pelle dei miei piedi cominciava a staccarsi a causa del prolungato contatto con il ghiaccio, mi venne richiesto di inginocchiarmi sui pezzi di vetro e mi mettevano dei ferri roventi sui piedi. Di notte mi legavano a testa in giù e mi spaventavano con dei grossi cani, mi venne richiesto di correre nudo all’interno della prigione con il freddo. Le prigioniere donne venivano stuprate ripetutamente ogni notte dai poliziotti e inoltre subivano le stesse torture che subivo io. Dato che il cibo era molto scarso e poco salutare, dalla fame ingoiavamo il dentifricio e bevevamo la nostra stessa urina. Alcuni prigionieri vennero usati per delle ricerche mediche. Uno di loro, una donna di nome Tsam La proveniente da Lhasa, morì dopo che la usarono per delle ricerche mediche. In seguito mi trasferirono alla prigione di Drapchi, dove venivano rinchiusi i prigionieri più noti. E’ una prigione infami perché molti prigionieri scompaiono. Usarono molte tattiche per farmi crollare, non potevo sopportare le percosse e non avrei mai rivelato i nomi dei miei amici, perciò tentai di suicidarmi molte volte all’interno della prigione. I funzionari cinesi mi misero in un posto assieme ai maiali per due lunghi giorni. I cinesi mi dissero di non preoccuparmi dato mi avrebbero ucciso a poco a poco.  Una volta tutti i prigionieri venimmo portati all’ospedale dicendoci che volevano solo fare un regolare checkup. In seguito realizzammo che avevano estratto un litro di sangue dal corpo di ciascuno di noi. Molti perdettero conoscenza a causa della debolezza e della scarsa alimentazione servita in prigione. Sentimmo dire che il nostro sangue sarebbe stato venduto a Pechino. Alcuni prigionieri persero il fegato, come Phuntsok dal monastero Kyumolung, il cui fegato venne asportato con la scusa del “checkup medico”. Uno studente, Lhakpa Tsering, uno dei leader del movimento giovanile tibetano Leoni della Neve, venne avvelenato e morì.
Il 18 aprile 1991 venni liberato dopo 3 anni di prigionia. I prigionieri di Drapchi raccolsero dei soldi, circa 1500 Yuan, e me li diedero dicendomi “Va’ in esilio, racconta le nostre storie al mondo, fai conoscere la brutalità della Cina”. Quando mi rilasciarono pesavo solo 39 kg, ero talmente debole che non riuscivo neanche a camminare bene. Mi ci vollero 3 mesi per recuperare un po’ e poi progettammo di andare in India. Eravamo in 20 persone e ci vollero altri 3 mesi per arrivare a Kathmandu, in Nepal. Dal centro di raccolta del Nepal (ufficio di assistenza tibetano) venimmo mandati a Dharamshala. Ebbi un’udienza speciale con il 14mo Dalai Lama, fu uno dei giorni più felici della mia vita e sua santità ci consigliò su così tante cose e inoltre dovetti raccontargli della situazione all’interno del Tibet. Mi vennero le lacrime agli occhi raccontandogli le storie brutali sui cinesi. Ogni tibetano che vive in Tibet desidera incontrare sua santità una volta nella vita, ed io ero uno dei pochi fortunati ad averne la possibilità.
Ero ancora debole e mi ci volle almeno un anno per recuperare, con l’aiuto dell’ospedale Delek e di Mentse Khang e della Sig.ra Danielle Mitterand., moglie del defunto presidente francese Mitterand. Il 4 dicembre 1993 ebbi l’occasione di parlare al Parlamento Britannico della brutalità cinese e della situazione all’interno delle prigioni tibetane. Sono grato al gruppo di sostegno Tibet Libero. Ho avuto l’occasione di parlare anche ai media mondiali, quali la televisione e la radio della BBC. Trovo sempre il tempo per aiutare vari registi di documentari nel mondo che sono interessati alle ingiustizie che avvengono in Tibet. Nel 1997 degli studenti di Tibet Libero e di altri gruppi di sostegno mi hanno invitato negli Stati Uniti per parlare in più di 25 università, quali Harward, George Washington a NYU. Nel 2001 sono stato invitato in Italia da Amnesty International, dove ho avuto la possibilità di parlare del Tibet con molti media. Il gruppo di sostegno Italia Tibet ha organizzato una marcia per la pace da Bologna a Firenze, e mi hanno invitato a condurla. 300 sostenitori occasionali del Tibet si unirono a noi. Durante il percorso abbiamo incontrato molti sindaci, ai quali ho potuto far conoscere la nostra storia. Ho anche visitato il Portogallo ed ho parlato alle università di Porto e di Lisbona, ho anche parlato con molti giornalisti portoghesi. Lo stesso anno, il comitato per il Tibet, gli Studenti per un Tibet libero e Amnesty International mi hanno invitato a Vancouver (Canada), dove ho parlato all’università della British Columbia e in molte altre città canadesi. Nel 2002 il gruppo Germania Tibet mi ha invitato e siamo andati in ogni città tedesca a chiedere supporto. Il gruppo Australia Tibet e Amnesty International mi hanno invitato in Australia, dove ho parlato in molte università. Nel 2003 ho avuto l’occasione di parlare di fronte al Parlamento Europeo durante una seduta speciale sul Tibet. Ho parlato dell’impatto della linea ferroviaria in Tibet e anche del prigioniero politico Trulku Tenzin Delek e dell’11mo Panchem Lama. Ho anche fatto appello al Parlamento Europeo di riconoscere il nostro governo tibetano in esilio con base a Dharamshala. Nel 2004 sono stato invitato dal gruppo Svezia Tibet e una casa editrice svedese mi ha aiutato a pubblicare il mio libro A Hell on Earth (Un’inferno in Terra) in lingua svedese. Ho partecipato con il mio libro alla Fiera del Libro Internazionale, dove ho potuto parlare con molti intellettuali e scrittori di tutto il mondo. Ho incontrato il Ministro degli Esteri svedese nel suo ufficio, e gli ho parlato del Tibet. Nel 2008 sono andato in Danimarca ed ho parlato del Tibet con molti membri del parlamento ed ho interagito con il pubblico e gli studenti all’università di Copenhagen.

  Il 2008 è stato l’anno della più grande protesta avvenuta in Tibet, molti persero la vita. La gente ne aveva abbastanza del regime del Partito Comunista Cinese, era l’anno delle Olimpiadi a Pechino e i Tibetani residenti in Tibet vollero cogliere l’occasione per raccontare al mondo intero che cosa succede in Tibet. Quell’anno Ven Palden Gyatso, Tanak Jigme Sangpo , Jamphel Monlam ed io (tutti ex prigionieri politici) abbiamo presentato una denuncia al tribunale spagnolo per violazione dei diritti umani contro Hu Jintao, Jiang Zemin, Li Peng, and Li Rong. Abbiamo vinto la causa e la magistratura spagnola è stata il primo ente giudiziario a dichiarare il Tibet una nazione occupata dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese. La mia famiglia in Tibet ha avuto molto problemi a causa del mio coinvolgimento in questo caso. Dal 22 giugno 2011 al 19 aprile 2012 ho ricevuto circa 25 telefonate dal Governo Cinese, fatte sempre tramite la mia famiglia. Mi hanno chiesto tre volte di andare in Nepal se volevo incontrare la mia famiglia. Mi promettevano di portare la mia famiglia in Nepal, ma non sono andato perché sapevo che era una trappola. Hanno anche minacciato di nuocere alla mia famiglia e hanno detto di avere persone a Dharamshala che possono fare del male anche a me. Vado in diverse scuole tibetane per interagire con i giovani in esilio e parlare del Tibet, e non abbandonerò il cammino intrapreso non importa quanto duro sarà. Ammiro persone come Mahatma Ghandhi, Martin Luter King, Aung Saan Su Kyi e Nelson Mandela e credo nel cammino che hanno scelto, la Non Violenza. Ho già scritto 10 libri sulla questione del Tibet ed ho disegnato 3 poster che sto mandando alla vostra organizzazione. Ogni giorno ricevo chiamate anonime da sconosciuti che mi minacciano di morte se non smetto. Finora non ho rimpianti per quello che ho fatto e sono grato ai miei fratelli e sorelle in prigione che mi hanno dato 1500 Yuan (valuta cinese) e non penso di averli delusi. E non importa quante sofferenze ho dovuto sopportare in prigione, non ho mai rivelato il nome di quelle 100 persone che erano con me durante la protesta a Lhasa durante la celebrazione del Monlam, e poi c’è stato il caso vinto in Spagna contro i leader del Partito Popolare Cinese. Questi sono stati i due più importanti risultati della mia vita. Nel prossimo futuro farò del mio meglio per portarli davanti alla Corte Internazionale. Tutte le lettere di sostegno che ho ricevuto da diversi leader di tutto il mondo e i ritagli dei giornali che hanno parlato del mio lavoro sono allegati ai miei due libri, Inferno in Terra e Che ne è della Giustizia?

Cordialmente
L’ex prigioniero politico
Ven. Bagdro