Istruzione: La riforma fallita

A distanza di cinque anni sono ancora molte accese le critiche mosse verso la riforma cosiddetta del “3+2″ operata dal Luigi Berlinguer nel 2001. Infatti dopo le novità introdotte dai ministri Berlinguer e Moratti, la didattica sarebbe dovuta cambiare molto ma gli stessi docenti universitari, secondo un inchiesta condotta su rettori, presidi, docenti e direttori amministrativi di sei atenei pubblici, hanno ammesso (il 57,7%) di aver fatto poco o nulla per adeguare programmi ed esami alla logica, avversata da molti di loro, del”3+2” (laura triennale seguita dal bienno di specializzazione).

La riforma della didattica universitaria era stata concepita per raggiungere due scopi: aumentare il numero dei laureati e formare giovani in grado di trovare in breve termine un posto di lavoro. Solo il primo obiettivo è stato raggiunto. Infatti, secondo i dati forniti dal ministero della pubblica istruzione e dall’Istat,  nel 2000 i laureati sono stati 162 mila, cinque anni dopo, 301 mila.

L’ultima ricerca svolta dal consorzio Almalaurea, svolta sui laureati del 2005 in 49 atenei, dimostra anche che dal 2001 al 2006 è scesa l’età media a cui ci si laurea, sono diminuiti i fuoricorso (pur restando comunque troppi) e sono aumentate le frequenze alle lezioni e la partecipazione a stage. Dati confortanti, almeno sembra, eppure gli studenti, vere “vittime” di questa riforma non sono entusiaste dei cambiamenti apportati. Perchè?

L’origine dell’insoddisfazione studentesca probabilmente trae origine dall’avversione del corpo docente alla riforma stessa. Alla base vi è la paura dei professori di perdere il proprio potere e prestigio assunto in tanti anni di lavoro alla cattedra e a livello pratico si traduce in programmi e metodi d’esame inalterati. La mancanza d’attuazioni e di adeguamenti alla riforma dei docenti varia da una facoltà all’altra. I più refrattari alle novità sono i docenti di materie umanistiche. I professori di discipline scientifiche, invece, hanno compiuto sforzi maggiori.

Adeguarsi poteva significare ridurre drasticamente il programma d’esame proposto, ridurre il numero di ore dedite alla lezione e uniformarsi a tutti gli altri corsi svolti presso la facoltà. In una sola parola, perdere visibilità.

Altra conseguenza della riforma “3+2” è stata la proliferazione, dal 2001 ad oggi, dei corsi di laurea più bizzarri, nati più per creare nuove cattedre che per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro.

Per quanto riguarda l’occupazione, gli aspetti più significativi sono due: alla vigilia della tesi, 83 laureati di primo livello su cento dichiarano di voler proseguire gli studi. Ciò vuol dire che un’elevatissima percentuale di neodottori non si sentono pronti per rispondere alle domande di mercato o che non si sentono soddisfatti della propria preparazione. Concludendo, gli studenti trovano discrete ragioni per non essere soddisfatti dello stato attuale delle cose.

Il ministero sta lavorando per migliorare la situazione ed introdurre delle correzioni, prime tra le quali la diminuzione dei corsi ed una minore frammentazione delle discipline. Verrà proposto anche di vincolare la nascita dei nuovi corsi a una giusta proporzione tra i docenti di ruolo e gli sterni. Politici e docenti saranno in grado di apprendere dai propri errori e agire secondo un obiettivo comune, la formazione universitaria?